La leggenda del passatore di Pontecchio

Racconto tratto da “leggende Bolognesi” a cura di Athos Manelli, Bologna, 1991

Su “L’illustrazione italiana” del 1888 Abdon Altobelli riporta una conturbante leggenda del Bolognese, che la tradizione tramanda da tempi immemorabili fra le genti del preappennino insediate attorno alla via Porrettana che conduce in Toscana. A Pontecchio, poco prima di giungere, provenendo da Bologna, nell’attuale centro di Sasso Marconi, esisteva un tempo, non si sa bene quando, un traghetto che collegava le due sponde del Reno. Lo gestiva un certo l’Martino, uomo probo e timorato di Dio, che svolgeva il suo compito con scrupolo e grande solerzia. Ma il passatore di Pontecchio aveva un cruccio che da tempo lo tormentava togliendogli il sonno: qualcuno nottetempo s’impadroniva della Sua barca e Con essa scorazzava per il fiume. Se ne era accorto da molti segni inquietanti, ed aveva giurato di scoprire chi ogni notte staccava il natante dal palo per andarsene chissà dove e riportarlo poi, all’alba, nel sito dove l’aveva trafugato. Così una sera, dopo avere cenato, corse di soppiatto al fiume, dove – Guardatosi prima dattorno, e non avendo veduto nè udito alcuno – entrò d’un salto nella barca e vi si nascose destramente coprendosi con una stuoia. Era una rigida notte di dicembre, con il cielo tutto incupito da nuvole nere, attraverso le quali filtrava un pallido barlume di luna, e con un ventaccio così impetuoso che pareva scuotere la cima scura del sovrastante Monte Mario. Martino era in agguato da forse mezz’ora, spiando di continuo la riva, quando vide salire a bordo, come materializzate d’incanto, due donne altissime e imbacuccate, le quali, tenendosi in piedi come due spettri, guardarono per un pezzo in alto trinciando l’aria con gesti misteriosamente strani.
“Barca, va per due!” ordinò una delle donne, ma il natante non si mosse.
“Barca, va per due!” Gridò anche l’altra, che come la prima non fu obbedita.
“Com’è sorella? la barca non si muove stasera. Sei accompagnata?”
“Accompagnata? … Non credo”.
Vi fu un breve silenzio e, poi, una di quelle donne con le braccia protese fuori orizzontalmente dalla prua, esclamò «Barca, va per tre!». Allora Alartino sentì la propria barca fare un repentino sobbalzo, e vogare come fosse stata condotta da cento remi, veloce come spinta dal vento. Pieno di sgomento superstizioso, egli si coprì la testa con la stuoia e, nonostante il frastuono del sangue che gli pulsava forte nelle tempie, udì attraverso il legno il rumore dell’acqua che si frangeva contro la barca. Ad un tratto sussultò, come se questa si fosse arenata in un pantano. Tutto trepidante si mise in ascolto e udì una deliziosa armonia di flebili gorgheggi e di lievissimi trilli di uccelli. Sporse circospetto il capo fino agli occhi. La barca era vuota.
Tutto intorno la contrada era piena di sole, ed innumerevoli ciliegi, carichi di bei frutti vermigli tra le foglie verdi e scintillanti come smeraldi, ricoprivano vagamente il dolce pendio dei colli circostanti. Quello spettacolo era cosi meraviglioso, che Martino non poté trattenersi dallo scendere sulla sponda. La terra era tutta fiorita di viole, di rose e di gelsomini, e per l’aria profumata volavano farfalle dalle ali iridescenti ed uccelli dalle piume di mille splendidi colori. un venticello morbido come il velluto, alitando soavemente, suscitava nel barcaiolo i fremiti di una giovinezza vigorosa. Entrò nella selva di ciliegi, dalla quale peraltro, dopo essersi riempite le tasche dei frutti più belli, udendo spandersi intorno ad una macchia vicina uno scroscio di risa, corse pieno di spavento a nascondersi di nuovo sotto la stuoia. E buon per lui che così fece! Perché subito dopo, ecco le due donne entrare nella barca.
“Barca, va per tre!» comandò una di esse.
E la barca partì come una freccia ed in pochi minuti approdò allo scalo del passatore. Costui, quando gli parve che le due donne fossero già scese sulla riva e partite, fece capolino dal suo nascondiglio e si alzò in piedi stirandosi le braccia e contorcendo tutto il corpo per sgranchirsi. Il sole spuntava proprio in quel momento tra la nebbia. Oh! Come era diverso da quello così limpido e gaio ch’egli aveva veduto lassù in quel paese incantato denso di ciliegi e di uccelli meravigliosi. E com’erano acuti i morsi del freddo in quella fosca giornata dicembrina!
Lassù, invece, l’aria era mite e carezzevole, quasi tiepida nel suo fremito. Da quella notte nessuno vide più ridere Martino il passatore. Traghettando da una sponda all’altra del fiume i passeggeri, non proferiva parola, nè cantava gli allegri stornelli con i quali per tanti anni aveva risvegliato gli echi della valle. “Cos’hai Martino?”, gli chiedevano gli amici.
Egli si stringeva silenziosamente nelle spalle e quando la moglie lo rimproverava di non dormire più in casa e lo importunava per sapere dove passasse le notti, egli sbuffava d’impazienza, e sentendosi sul punto di scoppiare in qualche ingiuria usciva spesso senza avere mangiato e non rincasava che l’indomani, sempre più magro, più pallido, più invecchiato. Perchè egli passava tutte le notti nel fondo della barca aspettando invano, di rifare con le due fate il viaggio per quel paese la cui aria e il clima erano così dolci e miti, in cui si viveva un’eterna primavera. La visione di quell’angolo misterioso, sereno ed olezzante di paradiso non lo abbandonava mai; e gli dava, in quella stagione fredda e nebbiosa, tutta la tetraggine profonda e le irrequietudini tormentose della nostalgia. Moglie, figli, amici, tutti gli diventarono insopportabili, insopportabile pure la vista del fiume e quella delle montagne che già s’imbiancavano di neve; insopportabile la luce scialba del sole invernale… Egli non amava più, se non la notte, perché piena delle sue speranze.
“Mi hanno stregato”, disse una domenica al prete della parrocchia “Mi dia la benedizione”. Ma l’acqua santa non bastò a risanarlo, non avendo egli potuto nemmeno la sera di quella festa vincere il desiderio di recarsi a vegliare nella sua barca.
In breve, il pover’uomo diventò così debole e malaticcio che oramai non reggeva più alla fatica dei remi: ansimava e tossiva per il più piccolo sforzo, grondava sudore come nel mese di luglio.
La mattina seguente ad una splendida ma rigidissima notte di gennaio Martino il passatore fu trovato nella sua barca sotto la stuoia, morto dal freddo.