Il “passatore del Reno”: avventure e tragedie dell’ultimo barcaiolo del Sasso

a cura del gruppo di studi “Progetto 10 righe”

Tratto dalla rivista semestrale “al sâs” N.12

le note e i documenti si trovano a fine articolo

di Giancarlo Dalle Donne

14 settembre 1842: dopo due giorni di piogge insistenti, il fiume Reno in piena invase il territorio di Praduro e Sasso in diversi punti.
L’immagine riportata sopra una tavoletta dipinta (olio su legno) per ex-voto, conservata presso il santuario della Madonna di S. Luca (Fig. 1), mostra una situazione drammatica, ma con un finale “miracoloso”: “lo scampato pericolo del barcaiolo Angelo Bruni” di fronte alla potenza del le acque (nota 1). La casa sulla sponda sinistra del Reno ai piedi della Rupe, quasi sommersa, è la sua, e le persone che si possono osservare nel dipinto alle finestre e sul tetto fanno parte della sua famiglia (Fig.2, 3 e 4).
Prendiamo avvio da questa “testimonianza di devozione spontanea”, e dalla relativa descrizione di quell’evento riportata sul retro della tavoletta votiva (si veda il documento n. 1), per seguire alcune vicende che vedono come protagonista – diretto o indiretto – Angelo Bruni, e il suo movimentato rapporto con il fiume Reno.

Fig. 1. Tavoletta votiva (dipinta olio su legno, dimensioni:25,5 x 25 cm, datata: 14 settembre 1812) conservata presso il santuario della Madonna di S. Luca che mostra il “miracolo” dello scampato pericolo del barcaiolo Angelo Bruni e della sua famiglia nella loro casa quasi sommersa dalla furia delle acque del fiume Reno in piena

Quella piena fece notevoli danni anche più a valle, nella zona di Palazzo de’ Rossi, dove si trovava anche un importante insediamento proto industriale, con una cartiera di una certa importanza (nota 2). Ne dà notizia il documento di seguito riportato:

“Per la rottura, e caduta d’un tratto del muro del canale inserviente agli opifici situati al Palazzo Rossi in Pontecchio sotto questa giurisdizione spettante alla nobil donna la signora Contessa Ersilia Rossi Marsili, avvenuta sulle ore 9 circa antimeridiane del mercoledì 14 corrente settembre, parte della straordinaria piena dell’annesso fiume Reno successa in causa delle continue piogge cadute ne’ giorni e notti delli 12 e 13 corrente settembre impetuosamente entrò nel canale stesso, che contenere non la potea, penetrò quindi nel vostro cortile del Palazzo Rossl, ed in tutti gli ambienti a pian terreno, e sotterranei delle annesse abitazioni, ed ivi cagionò ruine, ed atterramenti di muri, ed in ispecial temibile modo ruinò I’opificio del molino, la casa del monaro, e lo stabilimento della carteria annessa, distrasse e disperse i generi, mobili ed effetti ivi esistenti. Sono di rilevantissima entità li danni sofferti dal[la] nobil donna signora Contessa Rossi Marsili proprietaria de’ stabili, ed a scudi 2000 circa ascendono li danni patiti dal signor Vincenzo Poli agente di campagna della prescrita signora, e conduttore dell’opificio ad uso di carteria, e dal signor Cassini conduttore del molino” (nota 3).

All’interno del borgo di Palazzo de’ Rossi una targa, datata 1842, ricorda questo evento straordinario, come si può vedere nelle immagini riportate (Fig. 6).

Fig. 2. Cartolina d’epoca che mostra la casa del barcaiolo Angelo Bruni sulla sponda sinistra del Reno ai piedi della Rupe ( collezione Fanti, proprietà Comune di Sasso Marconi)

L’attività del barcaiolo Angelo Bruni iniziò nel 1835. La comunicazione fra le due sponde del Reno era garantita da due barche: una di grandi dimensioni, a Palazzo Rossi, una più piccola, posizionata (almeno fino al 1812) nei pressi del Molino dell’Albano (nota 4). Quest’ultima era di proprietà della famiglia Dalbello. I Dalbello (famiglia di borghesia rurale ma anche cittadina) avevano intrattenuto nel tempo continue relazioni con importanti famiglie nobiliari: in particolare con i Ranuzzi e con i Pepoli.
La famiglia Ranuzzi deteneva vaste proprietà all’interno del Borgo del Sasso, che non a caso era anche chiamato Borgo Ranuzzi: Giovanni Battista Dalbello, oltre ad essere uno dei primi amministratori (Anziano) del comune di Praduro e Sasso (dal 1804) svolge la funzione di agente di campagna (fattore) della famiglia Pepoli e della famiglia Ranuzzi; è inoltre possidente di un certo rilievo.

Fig. 3. La casa del barcaiolo con alle spalle il Massiccio roccioso della Rupe in una cartolina anni ’50

Nel 1812 la barca posta fino a quel momento al Molino dell’Albano venne spostata, su decisione dei Dalbello, più a sud, sotto la Rupe, in seguito allo sviluppo che in quegli anni interessò il Borgo del Sasso, e probabilmente anche per condizionarne la direzione. Decisione che sicuramente venne approvata dalla comunità locale, la cui vita stava mutando, nei primi decenni dell’Ottocento, in seguito all’accrescersi dell’importanza del Borgo, all’interno del quale si andavano concentrando importanti funzioni, sia amministrative che commerciali. Sarà un processo progressivo, che troverà un suo momento importante nel 1819, con lo spostamento in Borgo della sede comunale, e nel 1831, con la costruzione del Santuario della Madonna del Sasso (nota 5).

Fig. 2bis. Il toponimo “La Barca” deriva dal fatto che proprio lì si trovava il punto di passaggio dell’imbarcazione che traghettava da una sponda all’altra del fiume Reno. Molto probabilmente in una delle casupole inquadrate risiedeva il barcaiolo.
(Fotografia Fondo Bettini gentilmente concessa dalla Fondazione Progetto Genus Bononiae della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.)

Ma nel 1834, a sorpresa, lo stesso Dalbello decise di riportare la barca al Molino dell’Albano, quando ormai il baricentro della vita civile si era decisamente spostato più a sud. A partire dal 1828, inoltre, erano state aggregate al territorio del comune di Praduro e Sasso anche le comunità al di là dal Reno: Pieve del Pino, Ancognano, Battedizzo, Vizzano, Badolo, e Mugnano. Proprio da queste comunità partì la protesta per l’inaspettata decisione del nuovo trasferimento della barca (per l’intera vicenda, si veda il documento n. 2).
“Molti ragguardevoli possidenti abitanti di là dal Reno” inviarono un’istanza al Priore del Comune di Praduro e Sasso (figura che corrisponde a quella del sindaco attuale), in data 27 febbraio 1834, contro il “traslocamento al Molino dell’Albano per volere del signor Carlo Dalbello, della barca di proprietà dei suoi nipoti minori, che da lungo tempo serviva ai comunisti per passare il fiume Reno, nella posizione detta del Sasso”. É lo stesso priore Natale Frizzi ad intervenire nella discussione.

Fig. 4. Come appare oggi la casa nella località denominata “La Barca” fotografata dalla sponda opposta del fiume (foto L. Ropa Esposti)

Egli è “animato da vero spirito di ben pubblico”, avendo il suo palazzo a Colle Ameno in Pontecchio, “e quindi nella medesima niente interessato” (e in questa affermazione si può leggere una chiara allusione alle posizioni dei Ranuzzi, accusati di anteporre il proprio interesse privato al bene pubblico). Chiarisce il Priore, che “la posizione del Sasso [è] la più comoda a quell’immensa popolazione, onde accedere direttamente in questo Borgo capoluogo, che racchiude l’ufficio, il medico, e tutti gli stabilimenti indispensabili alla vita”.
Di fronte alla fermezza dei Dalbello il Priore risponde polemicamente, “facendo palese che l’oppositore è il signor Conte Camillo Ranuzzi, proprietario della maggior parte del Borgo, in cui sono appunto i più importanti stabilimenti”, e che l’opposizione del Conte è talmente “piccante, da far quasi ritenere che li signori Dalbello e Ranuzzi abbiano qualche amarezza colla Magistratura”.
Al termine della vivace discussione, il Consiglio comunale venne chiamato a votare l’istituzione di una barca comunale, nella “posizione del Sasso”. 19 voti favorevoli, 11 contrari. Siamo nel 1835: ecco comparire il protagonista principale di questa storia: Angelo Bruni. Di Angelo Bruni, della sua scrittura nervosa, sono rimaste numerose tracce all’interno dell’Archivio storico comunale. Il nostro barcaiolo inviò suppliche nel 1844, 1846, 1848, attraverso le quali chiedeva “un qualche compenso alla Comune, od alla Provincia, in rimunero o riconoscenza del la servitù che in ogni occorrenza, di giorno, che di notte premurosamente prestano alla Forza Armata in qualità di passatore nel fiume Reno sotto il Monte Sasso” (nota 6).

Ponte di Vizzano sul fiume Reno - Sasso Marconi
Fig. 5. Ponte di Vizzano sul fiume Reno in piena nelle vicinanze del borgo di Palazzo de’ Rossi (foto di Lupo Lorenzo Calzoni)

La vita di Angelo Bruni sarà travagliata, complessa e complicata, sempre condizionata e drammaticamente in relazione con gli “umori” del fiume Reno. Dopo l’alluvione del 1842 e il “miracoloso” salvataggio testimoniato dalla sopra citata tavoletta ex-voto, un dramma familiare irrompe improvvisamente nella sua esistenza in una giornata d’agosto del 1852. Leggiamone il resoconto:

“Sulle ore 7 circa pomeridiane della domenica 8 corrente agosto la giovanetta Maria Bruni d’anni 10 alli 11, figlia di Angelo e d’Anna Mazzetti, proprietario della barchetta sul fiume Reno sotto il Monte del Sasso in questa comunale giurisdizione recatasi spontaneamente alla suddetta barchetta nell’atto di muoverla per transitare la corrente e passare all’atra sponda per ricevere nella stessa barchetta due persone, che venivano dalla parrocchia di Battedizzo, è caduta sventuratamente nell’acqua e v’è rimasta annegata. Il di lei giovane fratello Raffaele ch’era in casa, accorse come bravo nuotatore, ma per non averla potuta vedere non riescì nemmeno a rinvenire il cadavere” (nota 7).

Il corpo di Maria Bruni fu ripescato solo il giorno successivo.
Passano solo pochi mesi, e Angelo Bruni è ancora al centro di un drammatico episodio, che ha luogo domenica 9 gennaio 1853:

“Sulle ore circa 10 antimeridiane della domenica 9 corrente gennaio, li parrocchiani di Battedizzo, Filippo Tonelli, capo opera, Luigi Cevenini, sartore, Giuseppe Lipparini, colono, si posero nella barchetta sul fiume Reno sotto il Monte del Sasso, per transitare detto fiume, venendo diretta la condotta della suddetta barchetta dal proprietario Angelo Bruni coadiuvato dal di lui figlio Raffele nubile d’anni 15. Nell’atto dello scortamento della barchetta vi saltò dentro Giuseppe Cinelli ammogliato con prole, colono nel predio ‘Torrette’ in Battedizzo suddetto, e la Teresa Minelli […]. Arrivando ai tre terzi del passo la barchetta in causa della crescente acqua nel fiume, e per la violenza della corrente non cedendo più al regolatore o tagliatore dell’acqua retrocedente, nel qual atto abbassandosi la punta superiore si riempì d’acqua, e s’affondò. Rimasero tutti sette sommersi nella corrente. Li tre individui Tonelli, Cevenini e Lipparini afferrando il canapo riescirono a passare salvi, alla sponda destra. Il barcaro Bruni coll’aiuto del figlio, bravo nuotatore, avendo potuto afferrare un’asta volante della barca riescì a salvarsi unitamente al figlio. Ma restarono annegati la suddetta Teresa Minelli, e Giuseppe Cinelli. Il cadavere della Minelli fu rinvenuto nel successivo lunedì 10 in vicinanza alla barca di Medola, sotto la Comune di Borgo Panigale, ma non si è ancora rinvenuto il cadavere del Cinelli. La barchetta si fermò sulla chiusa di Pontecchio, al Palazzo Rossi, ed è tutta rotta ed inservibile” (nota 8).

Possiamo anche leggere il resoconto che fa dell’episodio lo stesso Bruni
(si veda il documento n. 3). Di tale vicenda (nota 9), che si concluse con la morte di due persone, si occupò anche il Tribunale civile e militare di Bologna, per verificare la possibilità di “constatare qualche estremo anche remoto di colpa” a carico di Angelo Bruni. É sempre il Priore di Praduro e Sasso, Natale Rizzi, a fornire le informazioni richieste, in seguito alle “diligenti investigazioni praticate”.
Da esse non emerge “alcuna colpa, o negligenza anche minima delli barcaroli Angelo e Raffaele, padre e figlio Bruni”. Infatti, secondo i dati raccolti dal Priore, l’episodio drammatico non fu cagionato “da difetto della barca, del canapo, o degli altri ordigni ed attrezzi”. La disgrazia non poteva neanche imputarsi alla scarsa mole della barca: infatti “tale infortunio sarebbe successo anche se la barca fosse stata di maggior grandezza o volume”. Certo, specificò il Priore, tale barca non regge il confronto con la “grande barca al Palazzo Rossi in Pontecchio”. Del resto, è necessario anche considerare che “sono diverse le opinioni sulla mole della barca del Sasso. Alcuni dicono che è piccola, alcuni asseriscono che una barca di vasta mole non può essere adattabile al passo del fiume nella posizione sotto il Monte Sasso”.

Fig. 6. All’interno del borgo di Palazzo de’ Rossi la targa sotto l’effige della Madonna ricorda gli effetti disastrosi della piena del Reno del 1842. (foto F. Risi)

Grande o piccola che fosse, la barca di Angelo Bruni ne uscì sicuramente sgangherata, in pessime condizioni, “tutta rotta ed inservibile”.Fin dal febbraio del 1853 il Bruni avvertì la Municipalità: “Mancando al medesimo barcaiuolo i mezzi onde costruire un nuovo impianto…”.
Ma il Comune non intervenì ad aiutarlo; si arrangiò perciò alla meglio, con qualche piccolo intervento, aggiustando i danni più evidenti, e continuando comunque la sua attività. Ciò scatenò, di lì a poco, le vibranti proteste del Priore, che il 19 aprile 1855 inviò al Bruni una dura missiva:

“Non potendosi più oltre tollerare l’uso della di lei barchetta ritenuta non servibile assolutamente pel transito con sicurezza de’ viandanti sulla corrente del fiume Reno, debbo intimarle, che se entro un mese decorrendo da oggi non avrà ella sostituito altra barca da riconoscersi atta al passaggio cogli occorrenti utensili, e canapo di perfetta qualità le viene espressamente inibito di servirsi dell’attuale barchetta”.

“Ma si rende conto l’Amministrazione comunale” risponde il furbo Angelo Bruni, “dell’entità dei danni che una sospensione del suo servizio provocherebbe?”

“Danni a me, alla Chiesa, e botteghe del Borgo Sasso, alle famiglie bisognose del commercio, medico, medicine, e levatrici, impedimento di perfetto servizio alla Forza Armata, Ispettori di Sali e tabacchi, Guardie Boschive”.

È necessaria perciò, continua il Bruni, una sospensione del provvedimento, e se possibile, un prestito di 50 scudi… Il Bruni svolge anche attività di cursore dell’appodiato di Pieve del Pino, è dunque anche dipendente comunale: la somma verrà perciò restituita in due anni, scalando la rata
dallo stipendio.
A questo punto – siamo nel 1855 – la documentazione si interrompe; ma presumibilmente il Bruni costruì una nuova barca, e continuò la sua attività di barcaiolo.

Un po’ a sorpresa, in un documento di alcuni anni dopo (nota 10), lo stesso Angelo Bruni racconta: “la mia professione di barcaiuolo doveva cessare a cagione del guasto che il passo della barca aveva riportato dalla costruzione della ferrovia, e più ancora perché il Ponte Albano si andava ultimando”.
In quegli anni si stavano costruendo le infrastrutture per modernizzare lo Stato unitario: la professione del barcaiolo sembrava essere un retaggio del passato, un ricordo del “mondo che abbiamo perduto”.
A partire da quel momento (il documento è del 1873), i problemi del nostro ormai ex-barcaiolo saranno di altro genere: problemi di rapporti con la moglie, e problemi relativi alla nuova attività da loro messa in piedi, la “conduzione del Caffè del Borgo del Sasso”.
Questo lungo documento del 1873 è intitolato: “A chi ha pazienza di leggere e comprendere in chiaro lo stato delle cose, eccole la sincera e lunga storia analoga ai modi che mia moglie Mazzetti Anna ha usato per sacrificarmi col suo volontario abbandono, e dei progetti che le ho sin qui proposti per richiamarla al dovere come marito, ma sino ad ora inutilmente!”.
Ma questa è tutta un’altra storia, una “lunga storia” …

note

(nota 1) Il catalogo delle tavolette votive conservate in S. Luca è pubblicato in
G.NICOLETTI, Miracoli dipinti. Per dire grazie alla Madonna di San Luca, Bologna, 2001. L’ex-voto a cui ci si riferisce nel testo, è intitolato “Una piena del fiume Reno: lo scampato pericolo del barcaiolo Angelo Bruni di Praduro [e] Sasso”, ed è il n. 3, pubblicato a p. 5i. Cfr. inoltre, ma più in generale: La Madonna di S. Luca in Bologna. Otto secoli di storia, di arte e di fede, a cura di M. Fanti e G. Roversi, Bologna, 1993.
(nota 2) Cfr. G.B.COMELLI, Il palazzo in Bologna e la villa a Pontecchio del Duca Lamberto Bevilacqua, Torino, 1912.
(nota 3) ARCHIVIO COMUNALE DI SASSO MARCONI (d’ora in poi ACSM), Carteggio amministrativo, Polizia, Bullettini politici (1842), b. 65.
(nota 4) Sul “passo dell’Albani” cfr. M.RUBBINI, Il Borgo del Sasso tra Medioevo e contemporaneità, Bologna, 1999, p. 38.
(nota 5) In proposito, oltre al volume citato alla nota precedente, si veda: M.FANTI- A.MARTELLI – O.TASSINARI – D.ZANINI, Un antico Santuario del bolognese: la Madonna del Sasso ( 1253 – 1983) , Bologna, 1985 e La Madonna del Sasso dalla Rupe al Borgo, Sasso Marconi, 1987.
(nota 6) ACSM, Carteggio amministrativo, Lavori pubblici-Inghiarazioni (1853-1859), b.23.
(nota 7) ACSM, Carteggio amministrativo, Polizia, Bullettini politici (1852), b.67.
(nota 8) idem (1853).
(nota 9) I documenti di seguito riportati si trovano all’interno del fascicolo: “Posizione riguardante la barca sul fiume sotto il Monte del Sasso di ragione del signor Angelo Bruni”, in ACSM, Carteggio amministrativo, Lavori pubblici-Inghiarazioni (1853-1859) , b. 23.
(nota 10) ACSM, Delibere di Consiglio (1871-1873),b.14

documenti

Documento 1
“Una piena del fiume Reno: lo scampato pericolo del barcaiolo Angelo Bruni di Praduro [e] Sasso”
(G.NICOLETTI, Mracoli dipinti. Per dire grazie alla Madonna di San Luca, Bologna, 2001, tavoletta: olio su legno (con cornicetta dipinta); dimensioni: 25,5 x25 cm, data: 14 settembre 1842, ex-voto n. 3 [scritta sul retro], p. 51)

“Quadro offerto al Glorioso Tempio di S. Luca dall’infrascritto barcaiolo Angelo Bruni del Sasso per attestato di una grazia ricevuta dalla Gloriosa Vergine Maria venerata in detto Tempio e titolo nel giorno 14 settembre 1842, essendo rimasto liberato unitamente ad altre nove persone di diversa età e sessi che il forte impatto delle acque che formavano straordinaria piena al fiume Reno quantunque con molto potere entrassero, circondassero ed urtassero la di lui abbitazione costrutta di sassi e malta detta ‘Casino barca’ nella Parrocchia di S. Pietro di Castel del Vescovo sotto la Communa del Praduro di Sasso in cui si trovava [no] inchiuse dette persone senza alcun mezzo onde poterne sortire e fugire, non ebbero dette acque a reccare alcuna molestia a detta abitazione, e persone ivi inchiuse, e ne tampoco al di lui barchetto quantunque soffocato, ed abbandonato al potere di dette acque soltanto assicurato da tre tristissime corde, le due migliori delle quali tosto si ruppero, e l’altra più logorata ebbe sola a resistere durante detta piena, poiché aggiungerne altre non si poteva. Tanto à avuto benignamente a partecipare il suddetto vivente miserabile del corrente secolo per invocare sull’istante la SS.ma Vergine Maria venerata sotto il titolo di S. Lucca, desiderando che ciò che suone in perpetua memoria ed in tributo di ringraziamento alla stessa Vergine Maria del che a gloria del vero di proprio pugno e carattere si è quivi sottoscritto.
Angelo del fu Dionisio d’anni trentacinque”.

Documento 2
Verbale del Consiglio comunale del 19 gennaio 1835 (ARCHIVIO COMUNALE DI SASSO MARCONI, Delibere di Consiglio, b. 4)

“[Il segretario comunale] legge un’istanza di molti ragguardevoli possidenti abitanti di là da Reno e dietro il torrente Setta, pervenuta a questi alli 27 febbraio 1831, contro l’immediato seguito traslocamento al Molino dell’Albano per volere del signor D. Carlo Dalbello, della barca di proprietà de’ suoi nipoti minori che da lungo tempo serviva ai comunisti per passare il fiume Reno, nella posizione detta del Sasso; e diretta, od a farla, potendo, ivi tornare, o ad istituirne altra, o ponte, a spese comunali. I signori arringatori dichiararono necessaria la implorata istituzione in detto posto, ed il signor Natale Rizzi, in particolare, maggior estimato del comune, domiciliato al suo Palazzo di Colle Ameno in Pontecchio, e quindi nella medesima niente interessato, animato da vero spirito di ben pubblico, vi si manifesta favorevole nel modo più deciso, per essere la posizione del Sasso la più comoda a quell’immensa popolazione, onde accedere direttamente per le sue occorrenze in questo Borgo capo luogo, che racchiude l’Ufficio, il medico, e tutti i stabilimenti indispensabili alla vita. Il signor F.F. di Priore e di presidente [Luigi Roversi] perché sappia in primo luogo il Consiglio le premure alle quali si diede, e sventuratamente indarno, per trattenere la barca ove trovasi […] [Si chiese invano una proroga di tre mesi] al fine di dar comodo al Comune d’improntarne altra.
Tolto dunque agli abitanti di tante parrocchie dietro Setta, ed in particolare a quelle di Badolo e di Battedizzo, il comodo di passare Reno colla barca in quel punto; diminuita sensibilmente nel Borgo la solita concorrenza, per trovarsi il Molino dell’Albano inferiormente di quasi un miglio al borgo stesso, per cui rimane questi come tagliato fuori dal passaggio di quegli abitanti, allorché recansi a Bologna; come è pur noto al Consiglio, vi fu chi propose a comodo maggiore, invece della barca comunale, o l’erezione di un ponte, o di una pedagna di ferro. Ma ad onta delle non poche gratuite offerte di materiale, e legnami, in proposito fatte da molti interessati, e degli egualmente gratuiti lavori di campagna […] si è dovuta abbandonare l’idea, e restringere di nuovo l’invocato provvedimento alla barca, per esser quella risultata imponente […].
L’anima, e la ricchezza de’ paesi, è sempre venuta dalla più pronta comunicazione […].
Nonostante questi incontendibili vantaggi, non mancano oppositori, e forti, ad una sì benefica istituzione. E facendo palese che l’oppositore è il signor Conte Camillo Ranuzzi, proprietario della maggior parte del Borgo, in cui sono appunto i più importanti stabilimenti […].
Il signor Serafino Montanari, rappresentante il signor dottor Dalbello prende la parola, e dice che prima del l8l2 la barca è stata per molto tempo al Molino dell’Albano senza lagnanze da alcuno, e che colà può servire al Comune anche adesso, come allora serviva. Il signor F.F. di Priore risponde che se dal 1812 tornò la barca sotto il Sasso, e precisamente dove ora si desidera, ciò sarà avvenuto per una qualche forte ragione, e che avendo progredito anche in questo paese la civilizzazione, i bisogni di questi abitanti sono adesso maggiori di que’ tempi; che [nel] I812 non esistevano nel Borgo l’Ufficio e i stabilimenti de’ quali è presentemente formato; che chi ivi li eresse, dopo il 1812, calcolò il passaggio pel Borgo stesso degli abitanti di là da Reno, e che ben riprovevole e barbaro sarebbe [lasciar] quelli ad un sicuro decadimento, anziché mirare a farli viepiù prosperare”.

Documento 3
Lettera di Angelo Bruni aI Priore di Praduro e Sasso (I7/l/l853) (ARCHIVIO COMUNALE SASSO MARCONI, Carteggio amministrativo, Lavori pubblici
Inghiarazioni (1853-1859), b. 23)

“Illustrissimo signore, l’infrascritto Bruni Angelo barcajuolo, ora senza barca, e per elevato miracolo della Divina Provvidenza ancor vivo, or che la poca sua salute appena gli permette, luttuosamente espone alla Signoria Vostra illustrissima come nella scorsa domenica nove corrente passò diversi che si recavano alla Santa Messa nel Borgo prevenendogli non poterli assicurare di ritornarli a ripassare a casa a ragione che le acque del fiume Reno alquanto gonfiavano, e fra i quali Gesualda Carboni lattante di un piccolissimo figlio dimorante alla Torretta della Quiete di Battedizzo.
Appena doppo la suddetta Santa Messa il barcajuolo si reccò alla barchetta, ed osservò qualche difficoltà nel passare non tatnto per la poca gonfiezza delle acque, quanto che per l’infelicità del passo, e perciò si fece a dire che ne temeva; fu tanto instigato dalla suddetta lattante che il barcajuolo medesimo dietro aiuto del suo figlio Raffaele d’anni 15 si fece a passarla unitamente ad altri tre, e gli riescì discretamente, e così pure la seconda volta riguardo ad altri quattro: nel ritornare che faceva al posto incontrò qualche maggiore difficoltà quale l’aveva deciso di non più passare, e quindi cinque altri individui che aspiravano a tanto nelle persone di Cevenini Luigi, Cinelli Giuseppe, Tonelli Filippo e Minelli Tresa (quale fu sempre presente alle altre barcate decise di non passare, mentre affidò un fagotto che aveva di necessarie robbe alla sua casa ad Antonio Cinelli), parte di questi, tranne Giuseppe Cinelli, già anch’esso timoroso, si fecero a dirgli che era già passato nel momento, e felicemente, le acque non erano punto cresciute, e che tenevano gran bisogno di recarsi alle loro abitazioni, e che perciò gli avesse pure passato, il barcajuolo suddetto unitamente al nominato suo figlio in vista ancora che il suddetto Tonelli era assai pratico di tirare il canapo per più anni d’esercizio si pose al fatto coll’idea di prendere soltanto i tre più coraggiosi, e per ultima passata, nell’esecuzione di ciò i due timorosi individui fu Giuseppe Cinelli, e fu Minelli Teresa si lanciarono anch’essi nel passo a barca scostata: quindi il barcajuolo stesso in vista che in felici circostanze aveva trasportato fino a venti, per non far confusione tacque. Ma che avvenne? Arrivando ai tre terzi del passo la barchetta suddetta, per il pessimo andamento delle acque non cedendo più regoleratore o tagli l’acqua, ed in conseguenza vincendo le forze di chi tirava il canapo, la punta superiore ebbe in un istante a retrocedere verso casa, ed in tal guisa tendersi detta barchetta traversata alle forze delle acque, e nel frattempo affondarsi, sommergendo i suddetti sette individui sotto la suddetta in balia della morte, i tre de’ quali che tiravano il canapo, nelle persone di Cevenini Luigi, Lipparini Giuseppe e Tonelli Filippo a cagione che il canapo stesso fra la scossa che acquistò nel perdere l’urto della barchetta, ed il peso dei suddetti tre attaccati individui si ebbe a rompere anesso al molinello verso casa, ossia a sinistra del fiume Reno li ebbe a portar salvi alla destra. Riguardo al barcajuolo, non avendo di che attaccarsi, non pratico di nuotare, e carico di panni si dovette abbandonare nell’acqua appoggiato nella sola Divina Provvidenza, riuscendogli da quando in quando nei primi istanti di ricevere aiuto dalla barca stessa nell’andarla toccando con idea di afferrarla, all’atto che più non poteva resistere, ora sente dal suddetto suo figlio, quale pure si era abbandonato all’acqua come pratico al nuoto, che fu sollevato dal medesimo persino a due o tre volte, e fra tale aiuto, ed un assetto che gli ebbe a capitare nella destra mano, per la suddetta Divina Provvidenza, si salvò unitamente a detto suo figlio.
Riguardo alli suddetti fu Cinelli Giuseppe, e Minelli Teresa, già avanzati di età, a cagione di essersi abbandonati all’acqua spaventati, ed abbracciati e senza alcun conforto, ebbero sventuratamente a perire quantunque doppo poco tempo, trasportati in acqua più pacifica, e fonda soltanto due piedi e mezzo circa, fossero veduti da più persone in distanza alzarsi in piedi, e sostenersi breve instante parimenti abbracciati.
La barca pure, atteso il viaggio di tre miglia, si è affatto fracassata ed il passo è vacante in pregiudizio del conduttore e dei bisognosi di tale servizio. Quindi il suddetto conduttore non ha mezzi onde rimpiazzarne un’altra, ed oltre a ciò, quantunque conta diciotto anni di pratica (atteso quest’unico ma serio fatto) non si sente più coll’acqua il coraggio che aveva […]”