A pranzo con gli Etruschi

di Paola Desantis

Se è vero che l’uomo è ciò che mangia, poche cose come il cibo si prestano a diventare chiave di lettura privilegiata di usi e attitudini umane.
Ciò è valido oggi come ieri ma dall’indagine sulle situazioni del passato, tanto lontane dalla moderna omogeneizzazione, si possono valutare con maggiore evidenza i meccanismi alla base delle scelte alimentari sia dal punto di vista antropologico che sociale e religioso. Tra tutti gli onnivori che popolano il pianeta l’uomo ha certamente le abitudini alimentari più singolari, non solo per la sua capacità di elaborare cibi prodotti o trovati in natura ma per l’attitudine a distinguere ciò che è appetibile da ciò che è disgustoso senza un motivo pratico apparente. Motivi religiosi, culturali, biologici, funzionali sono stati di volta in volta enfatizzati nel tentativo di stabilire il perché di culture alimentari spesso tanto diverse, abitudini di cui seguiamo la storia attraverso le testimonianze degli antichi: siano i resti di pasto trovati attorno ai focolari preistorici o le ricette romane di Apicio.
La storia del cibo è dunque la storia non solo delle risorse agricole e dell’allevamento ma anche delle valenze simboliche che di volta in volta, nelle diverse civiltà, sono state attribuite ai cibi e alle occasioni del loro consumo, dai sacrifici alle divinità ai banchetti conviviali.

La civiltà etrusca, che caratterizzò la pianura padana con particolare evidenza nella media età del ferro, fra VI e IV secolo a.C. offre una ricca documentazione in questo senso. Gli interventi di bonifica e irregimentazione delle acque operate dagli Etruschi, maestri di idraulica resero ancora più fertile la pianura, i cui prodotti, in particolare i cereali, divennero importanti merci di scambio per i commerci verso la Grecia. Anche l’allevamento, in particolare suini e bovini, era tanto abbondante da sostanziare importanti esportazioni. E’ quanto attestano i risultati delle più recenti indagini paleobotaniche e archeozoologiche, mentre dal punto di vista più strettamente archeologico sono gli oggetti della cultura materiale a parlarci delle trasformazioni e del consumo degli alimenti.
Le anfore commerciali, destinate al trasporto via mare dii vino e olio evidenziano la presenza, certo sulle mense più ricche, di questi ricercati e costosi prodotti importati da varie zone della Grecia mentre grandi doli e olle ci parlano della conservazione delle derrate. Il ricco campionario delle stoviglie di forma aperta e di forma chiusa compone l’immagine di una raffinata specializzazione sia nei recipienti per preparare e conservare che soprattutto in quelli per consumare il cibo. Ed è proprio infatti nelle stoviglie da mensa, realizzate in ceramica ma spesso anche in bronzo e metalli preziosi, che si prefigura anche l’aspetto simbolico del banchetto, in cui il motivo centrale è rappresentato dal consumo di vino. Tale bevanda di rango, evocata nei corredi tombali dalla presenza delle stoviglie destinate a prepararla (mestoli, colini, crateri, sicule, stamnoi) versarla (olpai, oinochoai, hydriai) e berla (kylikes, coppe, kantharoi) evoca i significati simbolici connessi all’ideologia del vino e al banchetto dell’aldilà. Deponendo accanto al congiunto defunto gli oggetti del simposio si prefigurava per lui una dimensione nuova nella quale avrebbe libato con la bevanda che, sedando le angosce quotidiane, rende simile agli dei.
Il territorio della valle del Reno ha restituito le tracce di un fitto popolamento etrusco di cui Felsina (l’odierna Bologna) e Marzabotto rappresentano certo gli episodi più eclatanti. Di eccezionale interesse sono i corredi delle due sepolture etrusche rinvenute casualmente a Sasso Marconi alla fine degli anni ’60. Vasi a figure rosse provenienti da Atene, finissime stoviglie in bronzo di produzione etrusca, fra cui spicca un candelabro coronato da statuetta di atleta, dadi e pedine da gioco, compongono l’immagine di un ideale simposio cui erano destinati a partecipare questi due antichi abitanti, certo di rango, vissuti all’ombra della Rupe del Sasso.