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L’acquedotto romano

L’acquedotto romano

approfondimenti

Francisco Giordano “La riattivazione dell’Acquedotto romano”

Acquedotto Romano

Museo Civico Archeologico Bologna

Rio Conco: La storia antica gli passa sotto e di lato

Il fiume Setta e la sua valle

Il getto d’acqua al centro di Piazza Maggiore a Bologna segnala la riattivazione dell’acquedotto romano fonte: Museo del Risorgimento (BO)

fonte dati Regione Emilia-Romagna

Promosso da Augusto, il grande acquedotto si sviluppa in sotterraneo a partire dalla confluenza dei fiumi Reno e Setta a Sasso Marconi e, attraverso le colline, giunge nel centro di Bologna, all’incrocio fra via Farini e d’Azeglio, ove erano poste le vasche di raccolta e di decantazione dalle quali si diramavano le tubazioni che distribuivano l’acqua all’utenza pubblica e privata, mentre le acque in eccedenza venivano convogliate nell’alveo dell’Aposa all’altezza di piazza Minghetti. Diversi tratti di tubazioni in piombo (fistulae) sono stati rinvenuti soprattutto nella parte centrale della città antica; molte di esse recano iscrizioni che rammentano i nomi dei magistrati addetti alla vigilanza dell’opera o dei servi pubblici cui era demandata la manutenzione. Il Castellum Aquae sorgeva alle pendici dell’Osservanza, da dove l’acqua poteva raggiungere con sufficiente forza tutto l’abitato; all’entrata in città tra porta d’Azeglio e porta Saragozza il tracciato si divideva in due rami: un ramo proseguiva forse verso le terme di porta Saragozza. Una serie di pozzi, taluni dei quali profondissimi (loc. Casaglia, Pozzo Viola, 92 m.) e di scale (Villa Ghigi, scala romana di 327 gradini) consentiva il controllo dell’avanzamento dei lavori, l’areazione dei cunicoli e gli interventi di manutenzione. L’acquedotto rimase attivo fino al tempo delle invasioni barbariche, poi a causa dell’incuria, rimase quasi dimenticato e interrato. Inattivo per quindici secoli
Durante un periodo di intensa attività edilizia nel Comune di Bologna, nel 1861, durante alcuni lavori nel centro cittadino fu scoperto per caso un tratto dell’antico acquedotto romano.
Questa inaspettata scoperta offrì l’occasione per valorizzare ulteriormente la piazza del Nettuno, arricchendo la scenografia della celebre fontana del Giambologna con zampilli d’acqua più spettacolari. L’amministrazione comunale decise così di incaricare il proprio ufficio tecnico di recuperare l’antico condotto, risalente all’epoca augustea, ormai inutilizzato e quasi dimenticato. Tra i più coinvolti nel progetto vi fu Antonio Zannoni, un giovane ingegnere da poco assunto dal Comune, che, sostenuto dall’ingegnere capo Coriolano Monti, si dedicò con entusiasmo alla ricerca del percorso originario del condotto romano.
Fu grazie a queste ricerche che Zannoni intuì le potenzialità dell’opera: il restauro dell’acquedotto non sarebbe stato solo un intervento decorativo, ma un’opportunità concreta per dotare Bologna di una moderna rete idrica e migliorare sensibilmente le condizioni igieniche della città, all’epoca particolarmente critiche.
Dal 1862 al 1864 Zannoni condusse le prime indagini ottenendo risultati significativi, tanto che nel 1864 pubblicò i primi esiti della sua ricerca, tradotti in un progetto preliminare.
Nel 1865, con l’approvazione del Consiglio Comunale, l’ingegnere proseguì gli studi cercando anche l’appoggio della classe politica locale. L’epidemia di colera di quell’anno, attribuita in parte alla scarsità d’acqua potabile, rafforzò l’urgenza del progetto e convinse l’amministrazione a sostenerlo attivamente.
Una seconda campagna di esplorazioni, condotta fino al 1867, permise a Zannoni di completare il lavoro e presentare, nella primavera del 1868, un progetto dettagliato al sindaco Carlo Pepoli, corredato anche dal parere positivo di autorevoli esperti.
Il piano prevedeva il recupero dell’intero acquedotto romano, la costruzione di una presa d’acqua nella zona di confluenza tra il fiume Setta e il Reno, e l’installazione di una rete cittadina per alimentare bagni, fontane monumentali e fontanelle pubbliche.
Zannoni, originario di Faenza, si distinse per il rigore e la precisione delle sue indagini archeologiche, riuscendo a ricostruire con accuratezza l’intero tracciato del cunicolo romano, passo dopo passo, documentandolo nei minimi dettagli.
Una completa analisi sulla storia dell’acquedotto romano che da Sasso Marconi porta l’acqua a Bologna, la potete leggere nella ricerca fatta da Francisco Giordano in “La riattivazione dell’Acquedotto romano“, basata sulle indagini che Antonio Zannoni fece dal 1862, periodo in cui prese in carico il lavoro di ripristino dell’acquedotto.

Acquedotto di Sasso Marconi costruito nei pressi della presa d’acqua che porta l’acqua a Bologna

Ecco come funziona strutturalmente e ingegneristicamente questo impianto sotterraneo

  1. La captazione a Sasso Marconi

L’opera ha origine nei pressi di Sasso Marconi, alla confluenza tra il fiume Reno e il torrente Setta. I Romani scelsero questo punto per due motivi strategici: la pendenza naturale favorevole e la qualità dell’acqua.

Filtrazione naturale

Invece di prelevare l’acqua direttamente dalla superficie del Reno, che era esposta a piene, fango e detriti, gli ingegneri romani scavarono un cunicolo drenante sotto l’alveo e lungo le sponde.

Il principio

L’acqua del fiume filtrava verticalmente attraverso i depositi naturali di ghiaia e sabbia, che fungevano da filtro ecologico. L’acqua entrava così nel tunnel sotterraneo già perfettamente limpida, depurata e a temperatura costante.

  1. Il cunicolo sotterraneo (Lo scavo nella roccia)

Dalla presa di Sasso Marconi inizia una galleria sotterranea lunga circa 18 chilometri che segue fedelmente la sponda destra del Reno fino a Bologna.

Tecnica di scavo

La galleria fu scavata interamente a mano utilizzando scalpelli, picconi e cunei di ferro. Le pareti sono rivestite in muratura (opus caementicium e mattoni) nei tratti più friabili, mentre sono lasciate nella roccia viva dove l’arenaria era abbastanza solida.

Le dimensioni

Il tunnel ha una forma ovoidale, con un’altezza media di circa 1,70-1,90 metri e una larghezza di 60-80 centimetri. Queste dimensioni non servivano al passaggio dell’acqua (che occupava solo la parte inferiore), ma permettevano agli operai romani di muoversi agevolmente per lo scavo e per le future manutenzioni.

  1. Il principio della gravità e la pendenza costante

Il vero miracolo ingegneristico risiede nel calcolo delle pendenze. L’acquedotto non utilizza pompe o sistemi di pressione: l’acqua si muove esclusivamente per forza di gravità.

La pendenza

Gli ingegneri mantennero una pendenza millimetrica e costante dello 0,1% (circa 1 metro di dislivello per ogni chilometro di lunghezza). Un errore anche minimo avrebbe bloccato il flusso o accelerato troppo l’acqua, erodendo le pareti del tunnel.

Gli strumenti

Per ottenere questa precisione estrema al buio del sottosuolo, i Romani utilizzarono il corobate (una livella a bolla d’acqua lunga diversi metri) e il groma (per allineare le direzioni).

  1. I pozzi di ispezione (Putei)

Lungo i 18 chilometri del percorso si contano ben ventidue pozzi verticali (chiamati putei), scavati dalla superficie fino alla galleria.

In fase di costruzione

Servivano per dare luce e aria agli schiavi che scavavano, ma soprattutto per estrarre la terra e le rocce dal sottosuolo in modo verticale. Permettevano inoltre di far lavorare più squadre contemporaneamente in punti diversi.

In fase di esercizio

Erano i punti di accesso per i manutentori (gli aquarii) che dovevano pulire periodicamente il fondo del cunicolo dal calcare e dai rari sedimenti.

  1. L’arrivo e il Bottaccio a Bologna

L’acqua termina il suo viaggio sotterraneo fuori porta Saragozza a Bologna, dove entrava in una grande vasca di decantazione e smistamento chiamata Bottaccio. Da qui, protetta dalla pressione atmosferica e da contaminazioni, veniva distribuita alle fontane pubbliche, alle terme e alle domizii patrizie della città romana.

Nel 1881, dopo secoli di abbandono medievale, l’ingegnere Antonio Zannoni ripulì e riattivò l’antico condotto augusteo, che da allora non ha mai smesso di dissetare la città.

Uno degli ingressi dell’acquedotto romano nei pressi di Rio Conco (foto Diego Perlangeli)