
fonte dati Regione Emilia-Romagna
Promosso da Augusto, il grande acquedotto si sviluppa in sotterraneo a partire dalla confluenza dei fiumi Reno e Setta a Sasso Marconi e, attraverso le colline, giunge nel centro di Bologna, all’incrocio fra via Farini e d’Azeglio, ove erano poste le vasche di raccolta e di decantazione dalle quali si diramavano le tubazioni che distribuivano l’acqua all’utenza pubblica e privata, mentre le acque in eccedenza venivano convogliate nell’alveo dell’Aposa all’altezza di piazza Minghetti. Diversi tratti di tubazioni in piombo (fistulae) sono stati rinvenuti soprattutto nella parte centrale della città antica; molte di esse recano iscrizioni che rammentano i nomi dei magistrati addetti alla vigilanza dell’opera o dei servi pubblici cui era demandata la manutenzione. Il Castellum Aquae sorgeva alle pendici dell’Osservanza, da dove l’acqua poteva raggiungere con sufficiente forza tutto l’abitato; all’entrata in città tra porta d’Azeglio e porta Saragozza il tracciato si divideva in due rami: un ramo proseguiva forse verso le terme di porta Saragozza. Una serie di pozzi, taluni dei quali profondissimi (loc. Casaglia, Pozzo Viola, 92 m.) e di scale (Villa Ghigi, scala romana di 327 gradini) consentiva il controllo dell’avanzamento dei lavori, l’areazione dei cunicoli e gli interventi di manutenzione. L’acquedotto rimase attivo fino al tempo delle invasioni barbariche, poi a causa dell’incuria, rimase quasi dimenticato e interrato. Inattivo per quindici secoli
Durante un periodo di intensa attività edilizia nel Comune di Bologna, nel 1861, durante alcuni lavori nel centro cittadino fu scoperto per caso un tratto dell’antico acquedotto romano.
Questa inaspettata scoperta offrì l’occasione per valorizzare ulteriormente la piazza del Nettuno, arricchendo la scenografia della celebre fontana del Giambologna con zampilli d’acqua più spettacolari. L’amministrazione comunale decise così di incaricare il proprio ufficio tecnico di recuperare l’antico condotto, risalente all’epoca augustea, ormai inutilizzato e quasi dimenticato. Tra i più coinvolti nel progetto vi fu Antonio Zannoni, un giovane ingegnere da poco assunto dal Comune, che, sostenuto dall’ingegnere capo Coriolano Monti, si dedicò con entusiasmo alla ricerca del percorso originario del condotto romano.
Fu grazie a queste ricerche che Zannoni intuì le potenzialità dell’opera: il restauro dell’acquedotto non sarebbe stato solo un intervento decorativo, ma un’opportunità concreta per dotare Bologna di una moderna rete idrica e migliorare sensibilmente le condizioni igieniche della città, all’epoca particolarmente critiche.
Dal 1862 al 1864 Zannoni condusse le prime indagini ottenendo risultati significativi, tanto che nel 1864 pubblicò i primi esiti della sua ricerca, tradotti in un progetto preliminare.
Nel 1865, con l’approvazione del Consiglio Comunale, l’ingegnere proseguì gli studi cercando anche l’appoggio della classe politica locale. L’epidemia di colera di quell’anno, attribuita in parte alla scarsità d’acqua potabile, rafforzò l’urgenza del progetto e convinse l’amministrazione a sostenerlo attivamente.
Una seconda campagna di esplorazioni, condotta fino al 1867, permise a Zannoni di completare il lavoro e presentare, nella primavera del 1868, un progetto dettagliato al sindaco Carlo Pepoli, corredato anche dal parere positivo di autorevoli esperti.
Il piano prevedeva il recupero dell’intero acquedotto romano, la costruzione di una presa d’acqua nella zona di confluenza tra il fiume Setta e il Reno, e l’installazione di una rete cittadina per alimentare bagni, fontane monumentali e fontanelle pubbliche.
Zannoni, originario di Faenza, si distinse per il rigore e la precisione delle sue indagini archeologiche, riuscendo a ricostruire con accuratezza l’intero tracciato del cunicolo romano, passo dopo passo, documentandolo nei minimi dettagli.
Una completa analisi sulla storia dell’acquedotto romano che da Sasso Marconi porta l’acqua a Bologna, la potete leggere nella ricerca fatta da Francisco Giordano in “La riattivazione dell’Acquedotto romano“, basata sulle indagini che Antonio Zannoni fece dal 1862, periodo in cui prese in carico il lavoro di ripristino dell’acquedotto.
approfondimenti
Francisco Giordano “La riattivazione dell’Acquedotto romano”
Museo Civico Archeologico Bologna
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