a cura del gruppo di studi “Progetto 10 righe”

Tratto dalla rivista semestrale “al sâs”
le note si trovano a fine articolo
Una strada, due volatili, due poeti, tante storie e tanta storia
di Luigi Ropa
Prima parte: “un usél sfighè”
L’articolo continua sulle pagine del Gruppo di Studi “Progetto 10 Righe”
Via Chiù
Chi, passando sulla Porrettana all’altezza dei Borghetti o tornando a casa una sera d’estate dopo la Fìra di Sdàz o dopo aver gustato un piatto di tortellini alla festa dell’Unità, non ha fatto a meno di notare lo strano nome di questa strada e si è domandato: perché si chiama via Chiù?
E lo stesso, suppongo, abbiano fatto coloro che sono transitati tra via Saffi e via Agucchi a Bologna dove, altrettanto, c’è una via denominata via del Chiù. Per tutti costoro, e non solo (sono convinto che anche molti dei residenti della via non conoscano l’origine del nome), daremo di seguito delle spiegazioni.
…chiù… chiù… ovvero l’assiolo
Innanzitutto precisiamo che Chiù è un nome onomatopeico, ovvero che riproduce per imitazione un suono, ed in questo caso quello di un volatile: “chiù chiù” è il verso che emette l’assiolo, detto appunto anche chiù, un piccolo rapace notturno un tempo assai diffuso nelle nostre zone. Questo piccolo rapace, il cui nome scientifico – Otus scops – sembra..Continua….

Seconda parte: la strada comunale dell’Oca
L’articolo continua sulle pagine del Gruppo di Studi “Progetto 10 Righe”
In questa seconda parte tratteremo invece, nello specifico, della strada e di quel poco che sappiamo della sua storia, ovvero di ciò che è legato ad essa.
L’Oca
Via Chiù è una denominazione oramai consolidata per gli abitanti di Pontecchio Marconi. Tuttavia la denominazione della strada in via Chiù, è relativamente recente in quanto risale al dopoguerra, così come la targa viaria blu affissa tuttora sul fabbricato all’incrocio con la Porrettana. Fino ad allora “Chiù” era la denominazione che veniva data alla località, e non alla strada, e cioè delle case e negozi posti sulla Porrettana all’incrocio con la strada. Prima di allora la denominazione della via era: “strada comunale dell’Oсa”. E “l’Oca” è anche il toponimo (nome del luogo) delle abitazioni poste nella via, alcune centinaia di metri dopo il bivio con la Porrettana. Sull’origine del toponimo “Oca” possiamo proporre un paio di ipotesi. La più semplice è quella legata all’eventuale presenza di un rumoroso pennuto presso l’aia dell’antica abitazione e che da lì gli abitanti abbiamo preso l’abitudine di chiamare la casa “l’Oca”. Un’ipotesi più colta è invece quella fatta da Renzo Franceschini sull’origine del toponimo “Oca” nell’omonima località nel Comune di Monte San Pietro: nel medioevo si usava definire “pars locata” una frazione di terreni affittati per distinguerla dalle altre, la “pars dominicana” gestita direttamente dal feudatario locale o dal vescovo, e la “pars massaricia” di pertinenza dell’intera comunità. Continua…
Terza parte: Le località: la Barca
Nella prima parte, pubblicata nella rivista “al Sàs” n. 6 del secondo semestre 2002, si è spiegata l’origi ne del nome “Chiù”, ovvero che trattasi di un nome
onomatopeico (che produce per imitazione un suono), in quanto “chiù chiù” è il verso che emette un piccolo rapace notturno l’assiolo ( Otus scops ) detto anche chiù, un tempo assai diffuso nelle nostre zone ed ora pressoché scomparso. Nello stesso articolo sono stati inoltre trattati gli aspetti relativi all’assiolo, alle superstizioni e ai miti legati ai rapaci notturni. Nella seconda parte, pubblicata sul n. 8 di “al Sàs” del secondo semestre 2003, si è invece trattato della storia della strada, già strada comunale dell’Oca (il secondo volatile del titolo), e del ponte sul Rio di Casio.
In questa terza parte inizieremo invece trattare delle località attraversate dalla strada, della loro origine e dei loro abitanti e, con l’ausilio dei documenti dell’Archivio Storico Comunale (censimento 1864-68 e successivi registri anagrafici) cercheremo di creare uno spaccato di vita su chi fossero coloro che là vivevano. Iniziamo dalla località più a meridione della strada, la Barca.
La Barca
La località Barca è oggi raggiungibile percorrendo via Chiù, provenendo dal la Statale 64 Porrettana e, passando sotto ai cavalcavia dell’autostrada, si segue la strada che fa una curva a gomito e inizia a scorrere parallelamente al fiume Reno. Poco dopo si scorge sulla destra una casa bianca (denominata, guarda caso, “Cà Bianca”) e subito dopo sullo stesso lato c’è l’immissione per il ponte sospeso di Vizzano. Oltrepassato l’imbocco al ponte (qui la strada prende il nome di Via Vizzano), prima della curva della strada si notano sulla destra dei fabbricati da anni abbandonati, posti tra la strada e il fiume: quella è la località “Barca”.
Questi edifici si possono osservare ancora meglio camminando sulla passerella del ponte di Vizzano e guardando verso il lato sinistro della chiusa. Lì si possono scorgere un fabbricato a ridosso del fiume e, a fianco, la vecchia segheria.
Ma perché il toponimo Barca? È effettivamente, come lascia supporre il toponimo: in quel punto vi era il “passo della barca”, ovvero il punto in cui c’era l’imbarcazione che traghettava persone e merci tra le due sponde del Reno, e metteva in comunicazione la via Porrettana e Pontecchio con l’abitato di Vizzano, e poi con Ancognano, Ganzole, Pieve del Pino, Badolo, Battedizzo, ecc.. Fin dai tempi antichi il fiume Reno costituiva un ostacolo insormontabile che impediva il collegamento fra le comunità che abitavano sulle due sponde opposte. È per questo che via Chiù (già strada comunale dell’Oca) ha sempre avuto una certa importanza, perché era uno dei pochi punti di traghettamento tra le due sponde; il precedente, verso nord, era a Casalecchio ed il successivo, verso sud, era a Sasso, dapprima sotto Villa Putte (prima della costruzione del Ponte Albano) e poi sotto la Rupe, nella località chiamata Barca (come descritto nell’articolo di G. Dalle Donne in questo racconto “Il passatore del Reno”).
Dell’origine dell’attività di traghettamento non abbiamo fonti documentarie certe, ma essa è sicuramente molto antica, tant’è che nel 1888 è nota nel bolognese una leggenda relativa al “passatore di Pontecchio”, un certo Martino che, si dice, la tradizione tramandi da tempi immemorabili (nota 1).
La prima fonte documentaria in cui si vede la Barca risale al 1625, ed è una mappa relativa ad alcuni possedimenti vicini a Palazzo de’ Rossi, in cui appare disegnata una barca con la denominazione “passo”, e vi compaiono la chiusa e l’originario boccaccio di derivazione dal Reno
del Canale del Maglio (nota 2) (fig. 1).


Compare poi successivamente, indicata come “passo di Pontecchio”, in una successiva mappa del 1775 (nota 3) (fig. 2).
La ritroviamo, da lì a poco, nel 1782 nella mappa del Catasto Boncompagni dove viene addirittura indicato il “passo della barca” come “porto”.(nota 4) (fig. 3).

Nella medesima mappa si può rilevare come vi fosse anche, a valle della chiusa, un guado che ,dalla via Palazzo de Rossi, che si trova sulla sponda sinistra del Reno, attraversava il fiume e raggiungeva la spalla della diga sulla sponda destra, ricongiungendosi con la via Vizzano.
Ciò lascia presumere che a quei tempi, a valle della chiusa, il livello del fiume fosse assai più elevato di quello di oggi.
Nella mappa successiva del Catasto Gregoriano, risalente al 1811-1815, il “passo della barca” non compare più esplicitamente, ma esaminando un particolare di aggiornamento del 1885 (fig. 4) si rileva che l’unico fabbricato esistente era quello posizionato sopra il boccaccio di derivazione del Canale del Maglio (nota 5).

Occorre a questo punto porci una domanda. Il fabbricato sul boccaccio di derivazione svolgeva solo una funzione tecnica, ossia serviva a regolare l’immissione delle acque dal Reno nel canale, oppure serviva anche come abitazione del barcaiolo? Va ricordato che allora (ma anche oggi) il “passo della barca” si raggiungeva scendendo da via Chiù, passando davanti all’edificio del boccaccio, e scendendo lungo la cavedagna sino al livello del fiume, dove vi era una zona protetta da un’ansa del fiume sotto una parete di arenaria. Lì ancora oggi vi sono dei locali scavati nella roccia. L’alternativa è quindi che il barcaiolo abitasse in questi vani, più vicini alla barca, piuttosto che nel fabbricato più a monte. I dubbi ci vengono fugati dagli atti del censimento del 1864-1868, i quali ci forniscono importanti informazioni. Innanzitutto ci informano che alla Barca, di proprietà del conte Carlo Marsili, risiedeva dalla nascita il barcaiolo Gaetano Negrini, con altre 10 persone della sua famiglia. Ciò non lascia dubbi sul fatto che dovessero vivere in un edificio di una certa dimensione, che doveva corrispondere all’edificio sul boccaccio del canale. Ma “entriamo in casa” della famiglia Negrini. Il barcaiolo Gaetano Negrini, nato a Pontecchio nel 1794, lì viveva con la moglie Annunziata Berselli (nata a Corticella nel 1804) assieme al figlio Filippo Negrini, classe 1827, il quale risulta svolgere l’attività di muratore ed essere l’unico in famiglia a saper leggere e scrivere. La famiglia del figlio Filippo, residente nella stessa casa, era costituita dalla moglie Emerenziana Tonelli, detta Ermenegilda (nata a Vizzano nel 1830), con ben 7 figli, nati tra il 1856 e il 1867. Con loro viveva anche la sorella del barcaiolo, Domenica Negrini, classe 1796 (nota 6). Da annotare che alla data del censimento (1864) il nostro barcaiolo aveva già 70 anni e pur tuttavia continuava a svolgere la sua attività non certo poco faticosa.
Avvenne probabilmente tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 che il punto di presa del canale fu spostato più a monte (sotto il fabbricato della Cà bianca), costruendo un muro di sostegno a ridosso della sponda del fiume, e realizzando il nuovo tratto tra la nuova presa e l’edificio della Barca (che ricordiamo è esattamente sopra al canale) completamente tombato. Tale intervento di copertura fu certamente realizzato per consentire il mantenimento della viabilità di accesso al “passo della barca” che sarebbe altrimenti stato impedito. Non si esclude che sia stato realizzato come opera propedeutica alla realizzazione del nuovo ponte di Vizzano. Dai registri anagrafici del comune di Praduro e Sasso (odierna Sasso Marconi) risalenti alla fine dell’800, dal foglio di casa del civico 22 di Pontecchio, apprendiamo che la casa della Barca ha la facciata principale e l’ingresso rivolti a mezzodì, ha una altezza di 15 m dalla quota del fiume, è composta da 5 camere (3 al piano terreno e 2 al 1° piano), preleva l’acqua potabile dal Reno, non ha pozzi neri, è di costruzione “antica” ed è ancora di proprietà degli eredi Marsili (nota 7).
Alla Barca il 1° novembre 1898 giunge un nuovo barcaiolo, Faustino Battistini con la sua famiglia, anch’essa numerosa. Faustino, figlio di Pietro Battistini e Teodora Biavati, nasce ii 2 novembre 1864 al Roncaglio di Ancognano; si trasferisce con la famiglia nel 1889 nel podere S. Morè a Pieve del Pino, poi nel 1896 a Pianoro, quindi torna a Sasso giungendo nel 1898 alla Barca. In questo periodo risulta svolgere l’attività di colono e vignaiolo. Nel frattempo Faustino si è sposato con Giuseppina Ventura e darà alla luce tra il 1894 e il l9I2 9 figli, 2 maschi e 7 femmine (nota 8). Alla Barca risiedettero per diverso tempo anche le famiglie dei due figli maschi, Celso e Gualtiero, che tuttavia non proseguirono l’attività del padre ma trovarono occupazione presso la Cartiera del Maglio, che nel frattempo era diventata proprietaria del canale e della casa della Barca.
Faustino iniziava la sua attività all’alba, traghettando chi doveva raggiungere Vizzano o Pontecchio. Tra i clienti giornalieri vi erano i bambini che si recavano a scuola, la cui sede fu spostata dall’una all’altra sponda del fiume: fino al 1916 a Colle Ameno, sulla sponda sinistra, poi dal 1920 sulla sponda destra, alle Ganzole, e qualche anno più tardi a Cà di Pè a Vizzano.
Ma il lavoro proseguiva anche di sera perché una maestra organizzava anche corsi serali per adulti. Inoltre spesso la sera si davano appuntamento i giovani fidanzati (ognuno abitante sull’opposta sponda) ai quali Faustino dava appuntamento ad un orario preciso, anche a notte fonda, traghettando tutti, a volte con le loro biciclette, con sole due passate. (nota 9)
Ma com’era fatta la barca del passatore di Pontecchio? Innanzitutto va precisato che non andava coi remi, poiché in caso di piene sarebbe stata in balia della corrente e trascinata a valle. La barca era fatta di legno, a chiglia piatta, della lunghezza di circa 6-7 metri, con due sostegni piantati al centro, sulla cui sommità scorreva il canapo fissato e teso tra le due sponde, probabilmente ancorato a due grossi alberi. Della barca di Pontecchio possediamo una foto virtuale, infatti essa è rappresentata in un dipinto risalente ai primi del’900 posto all’interno dell’androne di ingresso di Villa Melara a Pontecchio (fig. 5).

Un nipote di Faustino ricorda però che negli anni’30 la barca era più piccola, lunga circa 5 metri con un solo albero centrale con in cima la carrucola in cui scorreva la corda tesa tra le sponde (nota 10). I buon Faustino continuò per decenni la sua attività finché qualcosa incrociò il suo destino. Qual è il peggior nemico di un barcaiolo? La piena del fiume forse? No, un ponte.
Dietro la pressante richiesta della popolazione locale, nel 1918 iniziarono i lavori per la costruzione di un nuovo ponte sul Reno, che sarebbe sorto esattamente in corrispondenza del “passo della barca”. I lavori vennero eseguiti come da progetto, che prevedeva la discesa da via Chiù e l’impalcato in cemento armato poggiante sopra dei piloni posti ad un medesimo interasse nell’alveo del fiume (fig. 6).

Ma il destino volle che nell’inverno 1920, quando il ponte era pressoché terminato, giungesse una piena eccezionale, che spazzò via la parte di ponte verso la sponda di Pontecchio, costringendo così il nostro Faustino a posticipare il suo pensionamento.
Il ponte fu riprogettato prevedendo un ponte sospeso in acciaio, anziché in cemento, evitando la posa dei pile nell’alveo del fiume, e le relative conseguenze in caso di piene. I lavori ripartirono, eseguiti dalla ditta Riva-Calzoni di Bologna, consentendo l’inaugurazione del nuovo ponte solo nel 1930. E fu così che finalmente Faustino, all’età di 66 anni, cessò l’attività di barcaiolo che aveva dato da vivere a lui e alla sua famiglia per tanti anni, continuando tuttavia a risiedere alla Barca e svolgendo diverse attività per la Cartiera del Maglio.
Nel frattempo era stato costruito un nuovo fabbricato dietro la casa della Barca, che fu adibito a segheria a servizio dell’attività della cartiera.
Sino a prima dell’ultima guerra vi era, su una spalla del ponte, una immagine ex voto, collocata a ricordo dello scampato pericolo per un bambino di 3 anni che era caduto nel fiume dal ponte e salvato da uno dei figli di Faustino, Gualtiero, che pur non sapeva nuotare.
L’attività di barcaiolo pareva essere ormai tramontata quando anche su Sasso Marconi apparvero le nubi della guerra. Già nel 1944 l’esercito tedesco aveva provveduto a minare il ponte, che era presidiato permanentemente, e i bombardieri alleati tentarono più volte di colpirlo. La segheria venne invece utilizzata dall’esercito tedesco per fabbricare finti cannoni da posizionare sulla linea Gotica, per ingannare i ricognitori americani. All’indomani dello sfondamento della linea Gotica da parte degli alleati, il 17 aprile 1945, l’esercito tedesco in ritirata fece saltare il ponte per ritardare l’avanzata delle truppe anglo-americane, che raggiunsero Sasso Marconi il 19 aprile. Fu così che, dopo solo 15 anni, si dovette riprendere l’attività di traghettamento tra le due rive, questa volta però, non più a cura del vecchio Faustino, ma di Benito Albertazzi, che risiedeva sulla sponda opposta del Reno, a Cà di Pè, e che all’epoca era un giovane di circa 18 anni. La vecchia barca era stata probabilmente distrutta dall’esercito tedesco, poiché Benito era stato costretto ad utilizzare una nuova barca, questa volta metallica, fornita dal Genio Civile grazie all’interessamento del sindaco di Sasso, Bertacchi. Anche la vecchia corda di sostegno venne sostituita da una nuova fune in acciaio. L’attività del neo barcaiolo proseguì per circa 4 anni, sino a quando, il 21 aprile 1949, venne completata la ricostruzione del nuovo ponte. L’ex barcaiolo Faustino morì nel 1954, alla veneranda età di 90 anni, investito da un auto a Borgonuovo mentre andava dal barbiere. Nel giugno del 1991 il ponte sospeso di Vizzano venne chiuso perché non assicurava più sufficiente sicurezza, ma questa volta nessuno volle ripercorrere le epiche gesta dei barcaioli, e tutti (ormai dotati di comode autovetture) hanno preferito aspettare la sua ricostruzione nel 1996.
La casa della Barca oggi è ancora lì, abbandonata da anni (fig. 7), in attesa di un nuovo barcaiolo, magari di tipo moderno, chissà, forse un tassista di nome Caronte.

note
(1) A. VIANELLI, Leggende Bolognesi, Bologna,1991, p.135
(2) RACCOI:IA GOZZADINI, Campione dei beni dell’Abbazia dei santi Nabore e Felice, 1625, vol. III – F. 21.
(3) ARCHIVIO DI STATO DI BOLOGNA (ASB), Campione di Acque e Strade, comune di Pontecchio, 177 5.
(4) ASB, Catasto Boncompagni, comune di Vizzano, 1782
(5) ASB, Catasto Gregoriano – Parrocchia di Pontecchio – Fg 12 al 1, 1811-1814, con aggiornamento del 1885
(6) ARCH[VIO STORICO COMUNE DI SASSO MARCONI (ASCSM), atti del censimento 1864-1868, registro di Pontecchio
(7) ASCSM, Registro della popolazione – Pontecchio – Fogli di casa, Fine XIX sec.- 1930
(8) ASCSM, Registro della popolazione – foglio di famiglia Battistini Faustino, Fine XIX sec. – 1930
(9) G. DALLOLIO, Storia del ponte di Vizzano, 1996
(10) ASCSM , Lavori pubblici, progetto del ponte di Vizzano, 1914-1930.
approfondimenti
Il “passatore del Reno”: avventure e tragedie dell’ultimo barcaiolo del Sasso