Mestieri scomparsi

La Rupe e gli scalpellini

Dai documenti dell’Archivio Storico Comunale ai Laboratori didattici: la vita degli scalpellini della Rupe in occasione della Festa internazionale della Storia, un percorso di approfondimento su un particolare aspetto della vita della Rupe, quello che riguarda le persone per le quali essa rappresentava fonte e luogo di lavoro e, molto spesso, di abitazione: gli scalpellini e i tagliapietre. Apri documento

Il “Concialavezzi” e “l’Ombrellaio

concialavezzi

Il Concialavezzi

Erano due dei tanti artigiani che vagavano per la città e nelle campagne. Il primo riparava stoviglie di terraglia (vasi, pentole, terrine, vasi, olle ecc.). I suoi attrezzi erano un trapano, filo di ferro e mastice. Forava con grande perizia ed attenzione le parti rotte delle stoviglie da riparare, passava nei fori il filo di ferro per ricucire i pezzi, poi stuccava tutto con un particolare mastice e le stoviglie erano come nuove.
Il secondo riparava, sempre con pezzi eroici, gli ombrelli: sia le parti metalliche che la ricopertura di stoffa. Spesso le due specialità erano esercitate dallo stesso artigiano che frequentemente si arrischiava persino a riparare degli orologi. Questi personaggi passavano con giri periodici annunciandosi con il loro caratteristico grido di richiamo “Lavasse” o “Umbarler”. Li si chiamava in casa o nel cortile per rimettere in sesto quegli oggetti che la parsimoniosa economia domestica, sia popolare che medio borghese, di quel tempo non gettava mai. Nelle campagne faceva parte del loro compenso anche il pasto che il contadino gli ammanniva o la sosta notturna offerta loro nella stalla su di un letto di paglia mista e fieno. Ricordo che mio nonno, nato a metà del secolo scorso, mi raccontava di un suo amico che esercitava questo mestiere ambulante lavorando, in città in autunno e inverno e nelle campagne in primavera ed estate.
Approfittando della buona stagione, sosta dopo sosta, riparazione dopo riparazione, faceva a piedi il viaggio da Bologna a Genova e ritorno, cogliendo l’occasione per andare a fare visita al fratello che lì abitava.

Giorgio Ramenghi

il “Solfanaio

“Sulfanér = sostantivo dialettale bolognese, intraducibile. Può essere interpretato con il termine “zolfanellaio” che era un venditore ambulante di zolfanelli, “Sulfan” professione esercitata verso la fine del 1800.
Il “Sulfanèr” vendeva gli zolfanelli (da cui deriva il nome) che fabbricava intingendo l’estremità dei cannicci spaccati (in dialetto bolognese “canarél”) nello zolfo fuso. Questi si infiammavano a contatto con una brace, e servivano per riaccendere le fascine dei focolari. Il loro impiego decadde con l’avvento dei fiammiferi a sfregamento e particolarmente quando gli stessi furono posti in commercio a basso prezzo.
Il “Sulfanér”, impropriamente tradotto in italiano “solfanaio”, venuta a mancare la vendita del suo prodotto, ne iniziò lo scambio con le cose vecchie che venivano scartate nelle abitazioni e quando cessò definitivamente l’impiego dei “sulfan”, continuò l’attività come acquirente di stracci, ossi, pelli di coniglio, ferro e altri cascami con il sostantivo che ormai era proprio e che nell’espressione gergale bolognese é tuttora sinonimo di robivecchi.
Non so all’epoca, quanti fossero i “sulfaner” a Bologna, ma sicuramente parecchi, e tutti avevano un mezzo trainato da un animale che gli permetteva di esercitare la loro professione anche fuori città, nelle campagne e nei comuni della Provincia, ove il poco denaro a disposizione invogliava, soprattutto i giovani a raccogliere tutto quello che era possibile ven
dere in attesa di avere così garantito una “paghetta”.
Ogni solfanaio aveva un magazzino, ove accumulava i materiali acquistati in attesa di poterli rivendere, creando però un grosso problema fra i cittadini. Le pelli, ma soprattutto le ossa, dopo una discreta permanenza soprattutto nei mesi estivi, creavano odori maleodoranti insopportabili con continue liti e proteste fra i cittadini. Cosicché il Comune di Bologna, non trovò di meglio che regalare alla categoria un monte fuori le mura della città, con l’obbligo per tutti di trasferirsi. Monte che per questa ragione verrà chiamato monte Donato e ancora tutt’oggi ne conserva il nome.

Carlo Cardelli

Arrotino e Stagnino” (Agòzz e stagnèin)

Arrotino

l’Arrotino

Questi artigiani raramente erano locali, per lo più venivano dal Nord-Est; Triveneto, Alto Adige ed addirittura dalla Carinzia austriaca. Il mestiere abitualmente si tramandava da padre in figlio. Si spostavano nei loro viaggi trascinandosi faticosamente la loro attrezzatura, la mola per l’arrotino e per lo stagnino pesanti borse che contenevano martelli, chiodi, lastre di rame e di latta ed il mantice per ravvivare il fuoco di improvvisate fucine.
Qualche recipiente di rame nuovo erano anche quelli trasportati per essere, se possibile, venduti ai clienti più benestanti. Anche per questi ambulanti, che si spostavano di paese in paese con sosta nelle città in occasione dei mercati, il frugale pasto ed il pernottamento nelle stalle o nel pagliaio erano parte integrante del loro sempre misero compenso.
Tanti altri erano gli artigiani vagabondi dagli spazzacamini ai sarti e calzolai a domicilio, fino al “scranèr” che riparava, impagliava e costruiva seggiole direttamente presso l’abitazione dei clienti.

Giorgio Ramenghi

Trebbiatura del grano a mano

trebbiatura a mano

Trebbiatura a mano

Fino alla fine dell’ottocento e primi del novecento, il grano e tutti gli altri cereali si trebbiavano a mano, o con l’aiuto di animali.
Poi, con l’invenzione del motore a scoppio, anche in agricoltura apparvero le prime trebbiatrici.
Però nei paesi di montagna, costituiti da piccoli poderi, vuoi per le scarse zone coltivate a grano, vuoi per le difficoltà stradali, ancora negli anni `55/’60, si trebbiava il grano a mano.
La foto riprende l’esercizio di questa attività, nella piazza della chiesa di Granaglione (foto Gaggioli), piazza che veniva
prenotata dai coltivatori della zona, e a turno si trebbiavano il grano. Il lavoro veniva svolto da due o più persone munite di “Corgiali” (doppio bastone unito da una corda), i quali con un tempo stabilito, come per il suono delle campane, davano bastonate sul grano, costretto così a liberarsi dalla spiga. I coltivatori che non avevano la comodità di una piazza si preparavano una “piazzola” rotonda sull’aia, togliendo l’erba che poi veniva ricoperta con liquami e sterco di mucca ben sciolti che, sparsi sul terreno e una voltra essiccati, lo rendevano impermeabilizzato e solido come fosse fatto in muratura. Sulla piazzola venivano posti i cereali, come fagioli secchi , lupini, fave ecc. per essiccarsi prima di essere trebbiati.
Questi lavori scompaiono con l’abbandono dell’agricoltura nelle zone di montagna.

Giuseppe Dall’Olio

Articolo tratto dal periodico  del Circolo Filatelico “Guglielmo Marconi”
“Sasso 98” nella valle del Reno